Tipica soprattutto del Ponente Ligure (ma si trova anche in altre zone d’Italia), è così chiamata perché arrivò a Taggia portata dai monaci di S. Colombano, provenienti dalla Provenza, nel sud della Francia. Le origini della sua coltivazione sembrano risalire all’epoca preromana, attraverso le tecniche introdotte dai Greci della colonia di Marsiglia intorno al 590 A.C.

Gli innesti di oliva taggiasca (la famosa “cultivar taggiasca“) furono nei secoli diffusi in tutta Italia, ma la coltivazione maggiore ha sempre trovato miglior fortuna in Liguria.

Ad oggi, l’oliva taggiasca è una delle più rinomate non solo per la produzione di olio extra vergine di oliva ma anche per la sua consumazione a tavola.

L’oliva taggiasca ha una maturazione tardiva (tra novembre e gennaio); ha altissimo contenuto di olio (25-26%), è di colore dorato-verde, dall’odore fruttato e dal sapore dolce-fruttato, con acidità massima inferiore allo 0,5%.  Questa bassissima acidità è ciò che contraddistingue l’alta qualità del frutto in termini organolettici.

In gastronomia è ampiamente conosciuta ed utilizzata in Liguria in tantissimi piatti tipici, sia di carne che di pesce, ed anche consumata a crudo essendo particolarmente appetitosa.

Una particolarità che non tutti sanno è che la cultivar taggiasca è autofertile, e cioè non ha bisogno di avere una biodiversità in campo per la fecondazione dei fiori.

L’oliva taggiasca è stata la prima oliva a produrre un olio extra vergine con la certificazione D.O.P.

Si ritiene sia l’oliva da mensa più ricercata ed apprezzata dagli chef di tutto il mondo, da ciò l’origine del prezzo commerciale mediamente molto maggiore rispetto ad altre qualità.

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Denise Massone